Ritorno al futuro nella Sicilia Occidentale: Perriconi e Pignatelli

A Terroirvino a Villa Lo Zerbino a Genova si è tenuta ieri la prima degustazione (mondiale!) di Perriconi e Pignatelli. Sinceramente, da quello che ho respirato, assaggiato ed ascoltato ieri, mi auguro (e mi immagino) sia la prima di una lunga serie.

Si è trattato di un’orizzontale (anzi, una trasversale, per essere più corretti, dato che abbiamo provato, oltre a diversi vini del 2013, un paio di annate precedenti, un 2012 ed un 2008) condotta con grande passione e competenza da Marilena Barbera e Marco Sferlazzo di Porta del Vento.

Il Perricone è un vitigno che si trova nella parte occidentale della Si Perricone-di-Montonicilia, divisa in due dal fiume Belìce, che ne separa anche la denominazione; ad Est del fiume il vitigno è appunto chiamato Perricone, mentre ad Ovest, nel Trapanese, prende il nome di Pignatello, la cui origine sembra legata al terreno di argilla rossa su cui esso cresce. Quelle terre infatti in dialetto vendono chiamate “pignatidare”, dato che vengono utilizzate per produrre le “pignate”, pentole tradizionali di terracotta.

Marilena e Marco ci hanno raccontato di questo varietà a bacca rossa che è considerata una delle quattro originarie della Sicilia, insieme a Nerello Mascalese, Frappato e Nerello Cappuccio, ma che sembra quasi destinata a scomparire, dato che gli ettari di produzione sono stati ridotti dai 34.000 degli anni ’70 agli attuali 192, coltivati da 12/13 produttori locali. Cosa c’è dietro a questo progressivo decadimento del vitigno?

Il Perricone sembra che si sia evoluto principalmente dallo Zibibbo, e comunque da uve aromatiche tipiche del Mediterraneo, portate dai Greci e giunte in Trinacria almeno 2.500 anni fa. Essenzialmente in passato venne usato per l’elaborazione del Porto Siciliano, del Marsala Rosso, il Marsala Ruby. Le due cause principali di declino del vitigno sono state la filossera, a cui il vitigno si dimostrò molto sensibile nella prima metà dell’800, e la diffusione del Marsala all’uovo. Il risultato fu un’emorragia di espianti.

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Nonostante tutto, oggi le poche bottiglie prodotte (le 6 aziende presenti alla degustazione ne producono circa 50.000 all’anno) sono però distribuite in diversi Paesi stranieri (dagli Stati Uniti al Nord Europa ed all’Inghilterra), e questo costituisce già un buon viatico per un futuro sviluppo.

Ma perché artigiani ed artisti del vino in Sicilia si stanno impegnando per cercare di ricuperarlo? E quali sono le difficoltà?

Quali sono le caratteristiche di questo vitigno? E quali sentori e sapori ci hanno lasciato i vini di Marilena e di Marco e gli altri provati, come quelli di Fabio Sireci (Feudo Montoni), Marco De Bartoli, Francesco Guccione e Nino Barraco (e chi ama i vini naturali di Sicilia capisce che non si scherza, qui)?

Nei prossimi giorni ve lo racconterò…   (to be continued)

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