SantaMariaLaNave: I ‘picciriddi’ di Sonia

Dopo aver letto tanto di lei, più all’estero che in Italia, più in Inglese che in Italiano, finalmente siamo riusciti ad incontrare Sonia Spadaro, di SantaMariaLaNave, una donna profondamente innamorata del suo lavoro.

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Insieme ci siamo arrampicati (già, proprio così, visto il declivio) sulle pendici del monte Ilice ammirando i vigneti ad alberello tipicamente Etneo, alla ricerca della verticalità (Salvo Foti docet).

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Abbiamo incontrato Vincenzo, vignaiolo da generazioni, e la sua famiglia, che ci hanno dato l’impressione di seguire la vigna come se fosse la loro, con passione e tradizione. Vincenzo ci ha raccontato di Maletto, della neve delle scorse settimane, dei pistacchieti di Bronte (a proposito, questo è l’anno dispari, anno di raccolta, tappa imperdibile per agosto/settembre) e della cultura biologica trasmessa nella tradizione. “Oggi si mangia più con gli occhi che con il palato” ha commentato sapientemente. E’ chiara questa impostazione naturale, nel totale rispetto della flora e della fauna locale, senza l’uso di pesticidi, nella preparazione dei vitigni e nella produzione dei vini. E poi lo abbiamo visto all’opera, cesoie in mano, nella sapiente arte della potatura.

La vigna che abbiamo visitato con Sofia è situata nel comune di Viagrande, appartenente alla famiglia Mulone, il marito di Sonia, dal 1980; il terreno è vulcanico, una rina nera ricordo di colate secolari. Il pendio ne fa una viticoltura eroica, e infatti sono membri del Cervim; ci sono alcune viti spettacolari dell’epoca pre-filossera, i cui tronchi sembrano aver vissuto annate eccezionali. Si tratta delle viti caratteristiche dell’Etna Rosso, Nerello Mascalese e Nerello Cappuccio: se potessero raccontare…

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Il vigneto si trova a 700 metri e risale per un altro paio di centinaia di metri; all’entrata della proprietà si trova un vecchio palmento, appena ripulito da Sonia e i suoi ragazzi, che in futuro potrà essere restaurato ed utilizzato. A proposito, siamo ancora in debito con Sonia, perché con la mia proverbiale forza taurina sono riuscito a spezzarle la chiave del palmento nella serratura. Un momento così  imbarazzante che avrei pensato di intitolare il post “La chiave del palmento“,  titolo molto cinematografico.

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Ma non potevo che pensare alla passione di Sonia per i suoi vini, nati inizialmente come vini di famiglia, da consumare e condividere con gli amici, e poi attraverso sperimentazioni progressive, presentati al grande pubblico. Sonia ne parla con la cura, l’affetto, l’orgoglio e l’entusiasmo di una mamma verso i suoi “picciriddi”, i suoi figli. Qui a Monte Ilice c’è il vigneto del Calmarossa, mentre il Millesulmare (a proposito, non l’ho detto a Sonia, ma i nomi sono fantastici)  viene da uno dei vigneti più alti d’Europa, a Maletto, a 1100 metri sul livello del mare sul versante Nord-Ovest dell’Etna, dove c’è un vigneto di Grecanico dorato.

Il vigneto di Nerello Mascalese e Cappuccio che abbiamo visitato negli ultimi 30 anni è il frutto del lavoro di Peppino Mulone, nonno Peppino. Ma la storia di questi alberelli è più antica ed è stata solcata da mani sapienti che ne hanno lavorato la terra sempre secondo la tradizione, nel rispetto della natura; ed è bello vedere alberi da frutto sorgere qua e là in mezzo al vigneto, proprio secondo un’antica abitudine di sostituire le viti morenti con alberi di altro tipo.

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Ma nelle parole di Sonia ci sono anche i volti e la saggezza di Don Alfio, che di questo vigneto è stato custode per oltre 50 anni e ne conosce i segreti che condivide con Sonia (più volte l’abbiamo sentita citare gli insegnamenti di Don Alfio), e il tocco esperto di Enzo Calì, enologo di Benanti, le cui parole trasmettono la sua filosofia: “Io non cambio la natura, non l’assoggetto a processi cosmetici, la rispetto e faccio in modo che si respiri dai miei vini”.

Alla fine di questa piacevole camminata, sul bordo di un antico pozzo, accostato al palmento, abbiamo coronato la nostra esperienza con la degustazione dei “picciriddi” di Sonia:

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Millesulmare 2014: Grecanico dorato in purezza, che si presenta con un giallo paglierino piuttosto scarico all’esame visivo. Al naso una forte mineralità e sentori di zagare e frutta gialla, mentre al palato vi è un’evidente ed elegante spina acida, che risale lentamente, come le dita di Eric Clapton sulla sua Fender Stratcaster, e non ti lascia più, con una persistenza prolungata e piacevole. Sapidità e salinità, e cascate di minerali di quell’Etna di cui un vino così non può che essere figlio.

Calmarossa 2014: 85% Nerello Mascalese, 15% Nerello Cappuccio, come da disciplinare di produzione dell’Etna rosso DOC; è un vino che fa almeno 12 mesi di affinamento in barrique di rovere francese. Al naso un bel rosso rubino, più carico di molti altri Etna Rosso: al naso sono pieni i profumi di piccoli frutti rossi, fragola e ciliegia, mentre in bocca i tannini sono equilibrati, rotondo e armonioso,  e c’è un’evidente sensazione che negli anni questa bottiglia sprigionerà un altro capolavoro, come mi capita di pensare ogni volta che apro la prima pagina di un nuovo libro di Camilleri.

Sono vini con promettenti capacità di invecchiamento, che non vediamo l’ora di assaggiare  e degustare nel tempo, così come siamo molto curiosi di spingerci fino in Contrada Nave, fra Bronte e Maletto, per arrampicarci fra le viti di Grecanico dorato.

E per vedere quanto i picciriddi di Sonia, già così maturi, cresceranno…

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