L’Etna colpisce ancora. Perché tutti vogliono fare i vini del Vulcano? (Gambero Rosso)

A’ muntagna, come gli etnei chiamano il vulcano, è diventato il nuovo Eldorado siciliano. Una sorta di terra promessa, a cui un sempre maggior numero di imprenditori – siciliani ma anche di altre regioni – è approdato o è in procinto di approdare.

I terreni di origine vulcanica, le grandi escursioni termiche, la ventilazione, l’età avanzata dei vigneti, spesso pre-fillosserici, insieme a varietà d’uva (nerello mascalese, nerello cappuccio, carricante, minnella, ecc.) perfettamente in simbiosi con il territorio e l’ambiente, esercitano un’attrazione irresistibile su chi si vuole cimentare con l’eleganza e non con la struttura.

Una lunga storia Alla fine dell’’800 la provincia di Catania aveva – situazione speculare rispetto a quella odierna – quasi il doppio degli ettari vitati (91.806) di Trapani (59.558 ettari) e di Siracusa (57.136 ettari). Ai primi del ’900, a seguito dell’invasione della fillossera, la superficie vitata si dimezzò, raggiungendo i 41.000 ettari negli anni Cinquanta per poi scendere a 14.500 nel 1985-1987 (Fonte Pastena, 1989) e declinare ulteriormente. L’attuale cambio di tendenza è iniziato nei primi anni Novanta grazie al ruolo di apripista dell’azienda Benanti, ed è tuttora in pieno svolgimento. Nonostante il clamore mediatico suggerisca altri numeri, i vigneti iscritti attualmente alla Doc Etna sono poco più di 700 ettari, mentre le aziende che presentano vini imbottigliati sono circa 140.

La domanda e l’offerta Se la domanda di terre e vigneti continua a crescere, l’offerta risulta vivace e articolata sui vari versanti del vulcano: particelle più piccole nel versante nord, dimensioni maggiori nel versante sud. L’abbandono dei vigneti è un fenomeno ancora in corso nei 20 comuni dove è possibile produrre l’Etna Doc: l’età avanzata dei vecchi proprietari, il mancato turnover generazionale, la dimensione degli appezzamenti – quasi i 2/3 delle vecchie aziende vinicole hanno superfici inferiori all’ettaro e l’80% non supera i 2 ettari – risultano troppo piccoli per ricavare un reddito in grado di coprire le spese, insieme alle difficoltà di trovare manodopera specializzata sono fattori che vanno aggiunti alle oggettive difficoltà di coltivazione causate dai vigneti terrazzati e in forte pendenza dove le operazioni colturali sono difficilmente meccanizzabili e, quindi, comportano costi di lavorazione molto elevati. Le frequenti eruzioni del vulcano, inoltre, hanno ulteriormente favorito l’abbandono dei vigneti valutabile in almeno un centinaio di ettari all’anno. Dal punto di vista dei prezzi gli appezzamenti che sino a un paio di anni valevano circa 60 mila euro a ettaro, oggi vengono offerti a quasi il doppio, 100 mila ma anche 120 mila euro: le quotazioni fondiarie sono in fibrillazione.

Gli ultimi investimenti sull’Etna: Gaja e Donnafugata L’arrivo in zona di nomi famosi del vino italiano – l’ultimo in ordine di tempo Angelo Gaja che ha acquistato 21 ettari di vigneto nella zona di sud ovest, in società con Alberto Graci dell’omonima azienda di Passopisciaro – non fa altro che confermare la tendenza in atto e accresce ulteriormente la fama – e il desiderio – di territorio etneo. “Perché l’Etna?” ha detto Gaja a Cronache di Gusto “Era una cosa che sentivo sotto pelle da un po’ di tempo: è il luogo di vini eleganti, difficili da capire e che per destino faccio anche qui in Langa. Tutto questo mi affascina molto. Faremo le cose senza fretta, passo dopo passo. Arrivo sull’Etna per imparare. E per raccogliere frutti che non ho coltivato io”.

Sono numerose le aziende, specialmente siciliane, che hanno voluto cimentarsi con i vini del vulcano. Sull’Etna Donnafugata ha recentemente acquistato, tutti in zona Doc, 13 ettari di nerello mascalese e 2 di carricante, sul versante nord, a Randazzo, nelle contrade Monte La Guardia, Allegracore e Calderara. Racconta Josè Rallo: “Mio fratello Antonio e io ci abbiamo pensato a lungo, prima di procedere all’acquisto. Abbiamo valutato la possibilità di produrre vini unici, assolutamente particolari che in ogni caso non avrebbero svolto un effetto di cannibalizzazione nei confronti della nostra gamma produttiva. Insomma, abbiamo voluto aggiungere un altro tassello alla proposta di vini della nostra azienda”.

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L’Etna di Salvo Foti In questo contesto di grande fermento, Salvo Foti, che ha una storia di trentennale frequentazione con la viticoltura etnea, di cui è un grande conoscitore, mette l’accento anche su un’altra tendenza che si sta delineando: “L’Etna ha una lunga storia vitivinicola che non ha nulla da invidiare a quella della Borgogna o del Piemonte. Diversamente da queste aree, però, l’imbottigliamento non è mai stato una priorità e ciò ha pesato sulla sua vicenda produttiva. Oggi stiamo vivendo un momento di grande confusione e di improvvisazione fatto anche di vini inventati. Ma il tempo è galantuomo e si vedrà”. Infatti si assiste a quel fenomeno già visto negli anni Novanta in Toscana, quando numerosi professionisti pensarono di trasformare la casa in campagna in un’azienda vinicola con qualche migliaio di bottiglie, non necessariamente di qualità eccelsa, da vendere sul mercato. Il successo vuol dire anche questo.

Gli arrivi degli ultimi 12 mesi 

  • luglio 2016 Giovanni Rosso acquista 14 ettari in contrada Montedolce (Castiglione di Sicilia)
  • luglio 2016 Tasca d’Almerita acquista cantina più 6 ettari in contrada Marchesa (Castiglione di Sicilia), in aggiunta a quelli già acquistati nella zona di Randazzo
  • settembre 2016 Donnafugata acquista la cantina Terre dell’Etna in contrada Statella (Randazzo)
  • aprile 2017 Cantine Europa acquistano una cantina a Valverde, attraverso la neonata società Due Sorbi
  • aprile 2017 Angelo Gaja acquista 21 ettari (15 già vitati) in società con Alberto Graci nella zona di Biancavilla

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Sorgente: L’Etna colpisce ancora. Perché tutti vogliono fare i vini del Vulcano? – Gambero Rosso

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