Così il vino ha salvato l’Etna dall’abbandono (GazzaGolosa)

Giuseppe Russo sta a Passopisciaro, frazione mitica (per il vino) di Castiglione di Sicilia.

La cantina è in un magazzino che ha tutta una storia dietro. “Era un deposito di stoccaggio – racconta – dove veniva convogliato tutto il vino della zona. Che poi partiva – sfuso – grazie alla Circumetnea, la ferrovia che passa da qui. C’era addirittura un binario che entrava dentro la proprietà. Il Nerello Mascalese veniva venduto come vino da taglio”. Giuseppe comincia a imbottigliare nel 2005 dopo la morte del padre Girolamo che coltivava e vendeva le uve. “Fino agli anni Ottanta qui il vino era sostenuto dal commercio locale. Molti avevano abbandonato le vigne, e i pochi che tenevano duro – come mio padre – lo facevano per mancanza di alternative. Nel 2000, con l’arrivo degli investimenti dei grandi produttori, è cambiato tutto. Credo di essere tra i pochi produttori che arrivano da una famiglia di contadini dell’Etna”. Russo non ha studiato da enologo ma da musicista al conservatorio. “Ho perso 10 anni a fare quello che mi piaceva. Senza essere aristocratico mi sono permesso di fare l’aristocratico”.

Michele Faro viene da una famiglia di grandi vivaisti siciliani.

A Giarre hanno realizzato Radicepura, il centro congressi più originale d’Italia: una grande struttura circondata da un giardino botanico pieno di piante da tutto il mondo e di istallazioni opera di maestri del Garden design. Con questo spirito – tra la conservazione e l’innovazione – Michele ha lavorato per salvare vigne arrampicate sulla sciara di Contrada Rampante. Una zona dove la lava ha deciso il territorio ritagliando piccoli vigneti da un ettaro di grandezza che una volta venivano gestiti dai contadini. Le dimensioni giuste per fare tutto da soli in una agricoltura di sostentamento. Su in alto, dove si vedono solo ginestre e rocce laviche, c’è Vigna Barbagalli, un vigneto a forma di anfiteatro recuperato sasso per sasso. “C’è un mercato di wine lovers che capisce il valore aggiunto del mantenimento di un monumento naturale – racconta Michele – Il ritorno è più tardivo rispetto a chi sceglie le scorciatoie ma è la strada giusta”. Sono vigne tutte ad alberello. “Il sole gira attorno alla pianta e garantisce una perfetta maturazione”. Le quantità per pianta sono ridicole: da mezzo chilo a un massimo di due chili. “Sono acini molto piccoli, con una buccia spessa e una concentrazione qualitativa eccezionale”.

Le aziende dell’Etna mostrano spesso il tocco del proprietario. Alle Tenute di Fessina si capisce subito che c’è dietro una donna. Una fimmina come dicono a Catania. Silvia Maestrelli ne fa una bandiera.

Questa è terra di fimmine – dice -. Anche la Muntagna per me è fimmina. Guardo all’Etna come una figlia guarda a sua madre”. Un approccio poetico che sta dietro l’idea di trasformare il baglio siciliano del XVII secolo di Tenute di Fessina in una meta per enoturisti. La cantina è stata ristrutturata (una botte ospitava una famiglia di volpi!), il palmento recuperato, quattro suite sono pronte, c’è un programma stuzzicante: dalle degustazioni in bottaia ai picnic in vigna, dagli abbinamenti vini-musica ai tour sui treni storici della Circumetnea. E per inciso grandi vini da degustare.

Abbiamo raccolto la sfida della viticoltura sul vulcano alla fine degli anni Novanta”. Federico Lombardo di Monte Iato, direttore operativo di Firriato, sta vicino al cancello che protegge le vigne più antiche.

L’abbiamo messo perché continuavano ad entrare i cacciatori e qui ci sono viti prefillossera vecchie di 150 anni”. Il terreno è nero e cedevole, una specie di miscuglio tra sabbia e cenere. E’ quello che ha fermato la fillossera. L’insetto ha bisogno di fare dei buchi nel terreno per attaccare le radici. Ma qui di buchi non se ne possono fare. “Producono ancora”, dice Lombardo mentre passa in rassegna una per una le piante. Siamo al Cavanera Etnea Resort dove passato e futuro si mescolano allegramente. A pochi metri dalla vigna centenaria c’è la palestra, il palmento del Seicento è stato trasformato in una favolosa sala degustazione, il ristorante è un cubo di vetro in posizione sopraelevata. Tutto attorno le vigne prendono il sole del mattino.

Giuseppe Tasca gira tra vigneti e cantine della Tenuta Tascante.

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A un certo punto si ferma, si china, prende un pugno di terra e la fa odorare. “Qui anche la terra ha un buon profumo”. Da Mozia a Salina i Tasca producono vino nelle zone più belle della Sicilia. Sono sull’Etna dal 2008. “E’ stato amore a prima vista. Ricordo un contadino che mi fece assaggiare un Nerello Mascalese vecchio di 30 anni. Era un vino di straordinaria freschezza! Qui sul vulcano c’è una bellissima energia. Ogni singola vigna mostra caratteristiche peculiari, tante sfaccettature che sembrano fatte apposta per gli appassionati. Quanti dettagli! L’esposizione, l’altitudine, le contrade. Il futuro è la valorizzazione di ogni singola vigna”. Come quella di Piano Dario dove i Tasca hanno recuperato 4 ettari di vigneto dopo due anni di lavoro. Sono 99 terrazzamenti che danno vita a un labirintico gioco di vigne e muretti a secco. “Siamo già oltre il biologico – continua Tasca – perché con altre aziende siciliane abbiamo messo a punto un sistema proattivo, SOStain, che vuole tutelare le risorse naturali, ambientali e sociali. Ogni anno ci poniamo degli obiettivi, facciamo un report e veniamo certificati da un ente terzo”.

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Francesco “Ciccino” Nicosia nel 1898 era proprietario a Catania di 19 putie. Locali molto semplici dove bere vino sfuso e mangiare cibo semplice, dalle uova sode ai salumi. Un franchising con un secolo di anticipo. I rifornimenti di vino erano assicurati dagli asinelli che facevano la spola tra il vulcano e la città con due piccole botti da 50 litri. Cinque generazioni dopo Graziano Nicosia ha voluto l’asinello sulle etichette dei suoi vini, 2 milioni di bottiglie (tra Etna e Vittoria) che vanno in tutto il mondo. Dalle putie ai vigneti in bio, alla cantina per accogliere i turisti, al ristorante di qualità. “Fino agli anni Cinquanta le putie hanno rappresentato il punto di smercio del vino, poi è cambiato tutto – racconta -. Basti dire che trent’anni fa, nella nostra zona, a Trecastagni, c’erano 900 ettari di vigneti. Oggi sono diventati 20, divorati dalla crescita edilizia. L’Etna oggi produce in totale appena 2 milioni di bottiglie su 1000 ettari, ma molte vigne sono vecchie, altre in fase di recupero, quindi prevedo in futuro un aumento della produzione e una maggiore concentrazione delle cantine. Sono troppo piccole. Molte verranno assorbite oppure si aggregheranno per mettere i servizi in comune”. Monte Gorna, dove Nicosia ha i vigneti, è un cono vulcanico avventizio, spento dal 393 avanti cristo. Il terreno è fatto di sabbia vulcanica, è povero di potassio ma ricco di fosforo e microelementi. Sotto mezzo metro di sabbia c’è la pietra lavica. Lontano si vede l’azzurro del mare.

Sorgente: Così il vino ha salvato l’Etna dall’abbandono | GazzaGolosa

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