Pantelleria, il verde, il nero e il Fattore V (Umberto Gambino su Wining)

Il verde e il nero. Due colori che incarnano l’essenza profonda di Pantelleria. Ovunque volgi lo sguardo è una costante: il verde della vegetazione rigogliosa e incontaminata, a tratti simile a un paesaggio preistorico (e pensi da un momento all’altro che possa spuntare un dinosauro!); il nero, virato dal grigio scuro, della sabbia, della roccia, delle pietre laviche chiazzato dai tetti bianchi a cupola e dalle aperture arcuate che caratterizzano i Dammusi, le costruzioni tipiche dell’isola.
E poi c’è il “Fattore V”: quel vento che non molla mai la presa, onnipresente tutto l’anno, Scirocco o Maestrale che sia, impetuoso, insistente, determinante per tutto quanto avviene sull’isola. Già te ne accorgi nel breve tratto di volo da Trapani perché l’aereo “balla” tanto e poi tantissimo al momento dell’atterraggio, quando si infila per la stretta pista scavata nella roccia.
Pantelleria è l’Isola del Vento, a metà strada fra due continenti, Europa e Africa. E’ terra vulcanica, Perla del Mediterraneo, luogo di esaltazione ideale di terra, aria, acqua, fuoco, i quattro elementi forti della natura. Qui siamo ad appena 70 chilometri dalla Tunisia e a 110 chilometri dalla costa siciliana.Ma questa è soprattutto la terra dello Zibibbo (conosciuto anche come Moscato di Alessandria), la terra dei vigneti ad “alberello pantesco”, una particolare forma di allevamento introdotta dai Fenici, nei secoli sviluppata e perfezionata. A Pantelleria, ogni pianta di vite si trova quasi completamente seppellita nella sabbia, in una sorta di conca, scavata apposta per assicurare la protezione dal vento e per nutrirla con l’umidità notturna. I rami della vite qui crescono in orizzontale, paralleli al terreno. Ma non è affatto geometria: è ragione di vita. A garantire “sicurezza” il fatto che i vigneti siano ricavati su terrazzamenti delimitati dai muretti a secco in pietra lavica: autentici “body guard” della vite. Il “mestiere” artigiano del “murettista” è un’altra specialità degli abitanti dell’isola, che si chiamano appunto “panteschi”.

Una data da ricordare (non per pignoleria): il 26 novembre 2014 l’UNESCO ha dichiarato la pratica agricola della coltivazione della vite Zibibbo ad alberello, tipica di Pantelleria, patrimonio dell’umanità. E non doveva arrivare l’UNESCO per sancirlo: da almeno un decennio Pantelleria è diventata un laboratorio di ricerca e sperimentazione a cielo aperto per viticoltori, enologi, olivicoltori (anche l’olivo cresce “basso” qui, per gli stessi motivi).

La prova? Visitiamo il campo sperimentale 1 di Contrada Barone per la valorizzazione dello Zibibbo, a 400 metri sul livello del mare. Qui si cura la crescita di 33 biotipi (2112 piante, 64 per biotipo) di diversa provenienza mediterranea (Spagna, Francia, Grecia, Italia Meridionale). Biotipi scelti attraverso una selezione massale, con la supervisione del luminare, professor Attilio Scienza. La ricerca riguarda sia l’uva fresca che l’uva appassita nonché i vini ottenuti da micro vinificazioni. Scopo della ricerca? Individuare i cloni di Zibibbo che consentiranno di sviluppare ancora meglio il potenziale viticolo di Pantelleria.

Il resto dell’articolo di Umberto Gambino, con il racconto di Donnafugata e Coste Ghirlanda lo trovate qui: Pantelleria, il verde, il nero e il Fattore V nell’isola del vento e dello Zibibbo – Wining

2 thoughts on “Pantelleria, il verde, il nero e il Fattore V (Umberto Gambino su Wining)

  1. Sempre sublimi le descrizioni naturali di questo poeta della natura che evidenziano la sua profondità emotiva nel saper gustare ogni angolo della creazione…….ed apprezzarne il Creatore.

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