Il carattere Etneo di Benanti: presente, passato e futuro dell’Etna

La storia moderna dei vini dell’Etna è iniziata qui; nessun dubbio, la famiglia Benanti ha segnato la storia, ha fatto la storia dell’Etna per come lo conosciamo oggi. Passato, ma anche presente, e certamente futuro.

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Nel corso della nostra visita abbiamo avuto il privilegio di incontrare due delle facce dell’avventura di Casa Benanti, il Cavaliere Giuseppe e suo figlio Antonio, che in momenti diversi della giornata ci hanno accompagnato fra mura intrise di storia e di vino, fra i vigneti museo di Monte Serra, fra i calici profumati del nettare di famiglia. E ci hanno raccontato, ci hanno narrato tanto di ricordi e sogni, progetti e fatiche, scoperte e rinunce. E, come ci ha insegnato Salvo Foti, con la sua idea dei vini umani, il “vino lo fa la visione di un uomo“, e se non conosci gli uomini e le donne che lo producono, non potrai mai capire pienamente quel vino.

Per questo, al nostro arrivo a Viagrande, versante sud est dell’Etna, è stata una gradita sorpresa essere accolti dal Cavaliere del Lavoro, Accademico Aggregato dei Georgofili, Giuseppe Benanti, che, con passione, stile e cortesia, ha iniziato a raccontarci la storia dell’azienda Benanti.

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Le origini della famiglia in Sicilia risalgono al 1734, quando il re di Sicilia, Vittorio Amedeo II di Savoia, concesse 790 acri ad Antonio Benanti, fedele servitore e cavaliere del re. Nella prima metà dell’ottocento Giuseppe Benanti, classe 1793, per passione avvia un’attività amatoriale di viticoltura e produzione di vino proprio qui, a Viagrande.

In realtà, la generazione precedente si dedica alla farmaceutica: Antonio Benanti (senior), padre di Giuseppe, nel 1935 fonda un’azienda operante esclusivamente in campo oftalmologico, con eccellenti risultati. Anche Giuseppe dedica gran parte dei primi anni della sua carriera lavorativa a questo campo, diventando uno dei maggiori imprenditori farmaceutici della città di Catania. La svolta enologica avviene nel 1988.

In quell’anno, infatti, Benanti padre, spinto anche dall’amore per la terra e per il vino provenienti da una grande storia di famiglia, si propone l’obiettivo è produrre vini di eccellenza sull’Etna. In quell’anno solo due erano i produttori: Murgo e Barone di Villagrande. Giuseppe Benanti capisce il tremendo potenziale non sfruttato sulla Montagna e si circonda di una squadra di collaboratori di tutto rispetto:  autorevoli
enologi e professori di enologia provenienti dalle Langhe e dalla Borgogna (il Professor Rocco Di Stefano dell’Istituto Sperimentale per l’Enologia di Asti; gli enologi Gian Domenico Negro e Alessandro Monchiero; il Professor Jean Siegrist dell’INRA di Beaune), alcuni dei quali avrebbero poi continuato per quasi vent’anni a supportare il lavoro in Benanti di Salvo Foti, giovane enologo etneo scelto dal fondatore.

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Giuseppe Benanti ci guida passo dopo passo nel palmento facendoci rivivere i profumi, i canti, le grida degli uomini che vi hanno lavorato nel secolo scorso. Fra quelle mura ci sembra di sentir gridare “E pale!!” quando venivano invitati a spostare l’uva schiacciata nella parte superiore dell’edificio con le pale appunto. E ci affabula raccontando dell’arriminata cu ligno, del mastro de cunta e del torchio di Catone.

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Dopo è Antonio Benanti a raccontarci dell’unicità dell’Etna e dei suoi vini, mentre ci arrampichiamo sul fianco di Monte Serra; Antonio, classe 1974, insieme a suo fratello gemello Salvino, nel marzo del 2013 si affianca a tempo pieno al Cavaliere Giuseppe Benanti. Tre sono i fattori che, ci spiega Antonio, rendono unici i vini dell’Etna: il clima, che li rende comunque vini di montagna, scarichi di colore e acidi, nonostante siamo su un isola, a pochi chilometri dal mare. Il suolo vulcanico, o, per meglio dire, i suoli, dato che ne sono stati identificati almeno 70 diversi. E infine le sue varietà, uniche e peculiari. Papà Giuseppe, molto opportunamente, definisce l’Etna l”arcipelago nell’isola“.

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Benanti ha deciso di puntare da subito con decisione sulle varietà autoctone dell’Etna, Nerello Mascalese, Nerello Cappuccio e Carricante, effettuando prima di partire centinaia di prove di micro vinificazione e valorizzando sia i tradizionali assemblaggi previsti dal disciplinare Etna DOC che i monovitigni, all’epoca una vera rarità. Nel 1998, dieci anni dopo la sua fondazione, l’azienda si espande proprio qui, a Viagrande sul Monte Serra. Un lavoro notevole effettuato nel 2005 dall’azienda è legato a una lunga sperimentazione che porta nel 2010 alla selezione e all’ottenimento del brevetto di quattro lieviti autoctoni (partendo dai 400 iniziali). Anche questo, un esempio unico
sull’Etna.

Un’altra importante innovazione introdotta da Benanti e della sua squadra è l’importanza della zonazione, concetto ancora in notevole evoluzione e non condiviso da ogni produttore sull’Etna. Qui si decide di selezionare sin dagli inizi del progetto le diverse uve unicamente sulle zone storicamente più vocate alla loro coltivazione, e quindi di acquistare terreni sui diversi versanti della Montagna. Ora possiedono 19 ettari così suddivisi: a est, a Milo, in contrada Rinazzo, ci sono le vigne di Carricante, quelle di Nerello Mascalese a nord, a Castiglione di Sicilia, in frazione Rovitello, a 750 mt., e qui a Monte Serra. Il Nerello Cappuccio arriva invece dal versante a sud-ovest, dove a S. Maria di Licodia, a 900 mt. s.l.m, in contrada Cavaliere, i Benanti hanno una joint con l’azienda dell’amico Vincenzo Vacirca. Etneo è anche l’enologo, cresciuto in casa Benanti, Enzo  Calì, responsabile tecnico di vigna e cantina dal 2004.

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Antonio ci ha poi condotto in una degustazione molto completa e stimolante; i vini assaggiati sono stati:

Etna Bianco 2016, che nasce dall’assemblaggio di uve Carricante che provengono da due zone diverse dell’Etna: non solo Milo,  ma anche S. Maria di Licodia.  Un vino dal colore giallo paglierino con sfumature verdi, al naso è ampio, delicato, con sentori di mela, frutti gialli, mentre in bocca ha una gran mineralità e una piacevole persistenza aromatica.

Dopo abbiamo assaggiato il Pietramarina 2009, vino simbolo di casa Benanti, il più famoso e celebrato in tutto il mondo fra i vini bianchi dell’Etna. Su questo vino, che ha acceso i riflettori sui vini della Montagna, è stato scritto moltissimo da chi ne sa molto più di noi; difficile aggiungere qualcosa di significativo per definire questo capolavoro. Mi piace ricordare la descrizione fatta da Daniele Cernilli, Doctor Wine: “Il Pietramarina conquista già al naso, grazie a un ventaglio di profumi che vanno dai fiori bianchi al fico d’India, dai toni iodati del mare alla macchia mediterranea tipica del vulcano. In bocca è pulito e definito, con un’acidità che lo definisce in modo perfetto. Finale lunghissimo, sapido e minerale. Non teme il tempo, anzi.” Carricante in purezza, tutto dalla zona dell’Etna Bianco Superiore, dagli alberelli nel comune di Milo, affina in acciaio sulle fecce fini per 2 anni e in bottiglia per diversi altri mesi.

Nerello Cappuccio 2012. Viene da un’annata calda questo raro esempio di Nerello Cappuccio in purezza (ricordiamo fra i pochissimi altri il Cappuccio di Calabretta e il Laeneo di Tenuta di Fessina), vitigno che entra nella costituzione dell’Etna Rosso a D.O.C. per il 20%. Questo vino non fa legno, è vinificato sempre solo in acciaio: è tipico il suo colore brillante, rosso rubino con meravigliosi toni violacei, che contribuisce assai alla colorazione dell’Etna Rosso, in combinazione col Nerello Mascalese, privo invece di antociani acilati. All’esame olfattivo, ciliegie e more, a quello gustativo presenta note di frutti rossi, delicate e sinuose e tannini piacevoli ed equilibrati. Una vera chicca per gli amanti dei vini dell’Etna.

Etna Rosso 2015. Annata piovosa in vendemmia, 13%, secondo la disciplinare della DOC Etna ha un 80% di Nerello Mascalese e un 20% di Nerello Cappuccio , che aiuta a livello di presa, rotondità ed equilibrio. E’ un vino che fa prevalentemente acciaio (70%), minerale, fresco con note di vaniglia e frutta matura.

Il Rovittello 2013, cru dell’Etna, nasce dopo la metà di ottobre quando viene vendemmiato appunto in contrada Rovittello, da una vigna del 1930 di 1,3 ettari sul versante nord dell’Etna, nel comune di Castiglione di Sicilia. Dopo la malolattica, il vino viene travasato in piccole botti da 15-20 ettolitri, dove trascorre i successivi 18-20 mesi, prima di affinare per altri 8-10 mesi in bottiglia. Si presenta armonico, meravigliosamente equilibrato con una trama tannica ben definita con una persistenza lunga.

Se il Rovitello è un vino di montagna il Serra della Contessa 2011 è invece vino di collina, che nasce qui, a 500 mt. s.l.m., sul Monte Serra, il cono vulcanico alla quota più bassa nel versante est dell’Etna, su un terreno bruno, sabbioso, vulcanico, ricchissimo di minerali. Il risultato nel calice è intenso al naso, con sfumature di more selvatiche e legno nobile e al palato pieno e armonico,

Una piccola parte di quella giornata la lasciamo raccontare alle immagini, anche se parole e fotografie non possono rendere quei sapori, profumi e sensazioni, che gelosamente portiamo con noi.

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