Contrade dell’Etna: ma un senso ce l’ha?

Nulla da dire, la vetrina di Contrade dell’Etna sta diventando una calamita per un sempre maggiore numero di persone. Ma, arrivati all’undicesima edizione, crediamo sia opportuno porsi qualche domanda, su finalità, bacino d’utenza e organizzazione. E, quindi, sul suo futuro.

20180423_103937Atto a divenire: l’assaggio dei campioni di vasca è un lusso per addetti ai lavori di alto livello. A partire dall’edizione 2017 si è infatti deciso che si sarebbero fatti assaggiare solo i vini dell’anno corrente e, a parte la disobbedienza di qualche anarchico (molto apprezzato dal popolo), questo è ciò che si trovava sui banchi di Castello Romeo.

E’ vero, le manifestazioni en Primeur non sono certo state inventate a Randazzo, come ci insegnano i Francesi, ma sono un’occasione per una nicchia di professionisti che ruotano attorno all’enologia. Anche Contrade in teoria ha limitato gli ingressi della mattina a giornalisti, ristoratori e distributori; ma era triste assistere all’ingresso indisciplinato e incontrollato di chiunque attraversasse contrada Montelaguardia lunedì mattina. Controlli pochi, e superficiali, sorrisi compiacenti e facili distrazioni hanno permesso a una folla non sempre competente di ritrovarsi col calice in mano ancor prima dell’ingresso al pubblico. 

Nel giro di poco tempo ci siamo trovati a respirare l’atmosfera ruspante e caciarona di una fiera di paese; nulla di male se quello fosse l’obiettivo dichiarato, ma a quel punto sarebbe necessario presentare non solo tank sample, ma vini più adatti a un pubblico neofita, per introdurlo e condurlo nell’affascinante mondo dei Nerelli e del Carricante.

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Senza rete: non siamo entrati nell’era di Internet negli ultimi mesi, e perciò noi riteniamo inconcepibile che una manifestazione a respiro internazionale (e gli accenti e le lingue parlate a Castello Romeo lo confermavano) come Contrade non abbia un sito ufficiale, uno straccio di pagina Facebook, un qualche account su Twitter, Instagram che permetta a chi vuole assistere all’evento di raccogliere le informazioni sufficienti per goderselo. Nel nostro piccolo (piccolissimo, direi), abbiamo pubblicato un articolo con pochi dati, fra cui l’elenco delle cantine partecipanti, che è risultato essere il post più letto del blog quest’anno, con migliaia di visite (non sono i nostri numeri, questi). E abbiamo risposto (volentieri) a mail di curiosi che volevano avere indicazioni su orari, biglietto, parcheggi…ma non toccava a noi farlo.

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Ne vogliamo parlare? Non esiste ormai manifestazione enologica in cui non ci siano masterclass, degustazioni guidate, presentazioni e qualsiasi altra cosa che permetta un confronto, un ascolto, un racconto per chi vuole capire qualcosa o capirlo meglio. A Contrade dell’Etna, nulla di tutto ciò. Eppure, ci sarebbe piaciuto.

Qualche spunto per la discussione, se ne avete voglia, per il confronto.

P.S. Comunque, noi ci siamo divertiti anche quest’anno. Abbiamo incontrato tante facce amiche, abbiamo apprezzato il coraggio di giovani con le idee molto chiare (e condivisibili), ci siamo portati da casa anche i nostri amici. Ma questa è un’altra storia, anche questa da raccontare… 

Una risposta a "Contrade dell’Etna: ma un senso ce l’ha?"

  1. Egregi,
    mi trovo pienamente d’accordo con quanto da voi espresso.
    Questo tipo di manifestazioni non si possono improvvisare.
    Non si può fare un copia-incolla da quanto fatto dai francesi, sperando che, funzionando nel paese d’oltre alpe, funzionerà sicuramente anche da noi.

    Il motivo principale insite nella diversa la cultura del vino che i nostri due paesi hanno.

    Non siamo ancora riusciti a fare passare il concetto di “cru” nell’Etna, vogliamo far passare quello di assaggio “en Primeur”?

    Mi sono permesso di chiedere a un noto produttore locale, come mai fossero solo in pochi, pochissimi, ad utilizzare il concetto di “contrada” (in Ento) o “cru” (in francese); la risposta è stata:
    “Se facciamo un vino con i filari pari ed uno con quelli dispari della vigna, il risultato verrà diverso! Cosa facciamo, chiamiamo diversamente tutte le botti che ho?”

    Eppure nella passeggiata in macchina successiva all’evento, ho notato come, ad esempio, gli alberi di pistacchio a valle della strada erano già germogliati, mentre quelli a monte ancora no.
    L’Etna è pieno di microclimi e ogni valle è decisamente unica.

    Di nuovo: se vogliamo davvero imitare i francesi facciamolo a piccoli passi, partendo da cose più concrete ed importanti, oppure facciamolo bene.

    Uno degli scopi più importanti delle degustazioni “en primeur” in Francia è la valutazione dell’annata in modo da fare il prezzo del vino che uscirà. Siamo pronti anche nell’Etna per fare listini diversi a secondo delle annate?
    Erano presenti, lunedì, addetti ai lavori con la competenza necessaria per fare tutto ciò?

    Se sì, avendo fatto la scelta di far entrare anche i comuni mortali (dopo le 13), perché non è stato organizzato nessun seminario sull’argomento, con degustazioni guidate per far apprezzare ai meno tecnici (la degustazione in vasca è più indicativa per un enologo, rispetto a un sommelier) le differenze delle varie “contrade” e l’evoluzione che lo stesso vino avrà?

    Stanti così le cose, dubito che l’anno prossimo prenderò di nuovo un aereo per assistere!

    Peccato perché ritengo ancora che l’ETNA per diversità di climi e terreni, per mineralità dei propri prodotti, nonché per cultura vinicola dei molti piccoli produttori, possa aspirare a diventare la Borgogna italiana…

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