Etna: come il vino ha cambiato il territorio  (Gambero Rosso)

Qual è il segreto dell’Etna? In sei anni è boom di produzione e di nuove cantine, mentre i terreni sfiorano i 150mila euro all’ettaro. Ecco come il vino ha cambiato tutto il territorio.

Lungo la Strada dell’Etna

Ufficialmente la Statale 120 è conosciuta come “Strada dell’Etna” (e delle Madonie), ma quando nel tratto Nicosia Fiumefreddo attraversa le contrade di Montelaguardia, Passopisciaro, Solicchiata, Rovittello verso Linguaglossa, si è conquistata il soprannome di Via Montenapoleone, la famosa strada milanese del lusso. Infatti, nell’area di pochi chilometri quadrati sono concentrate un elevato tasso di firme stellari, da Franchetti a Planeta, da Girolamo Russo a Tasca, da Pietradolce a Donnafugata, da Terre Nere a Graci – solo per citarne alcune – che stanno dando, insieme alle tante griffe situate negli altri versanti della denominazione, un contributo essenziale alla reputazione dei vini etnei.

Una costante in questo tratto di strada è la presenza ai lati di ruspe parcheggiate in mezzo ai campi dove, dopo aver dissodato i terreni, è stata piantata nuovamente la vite. Qua e là c’è pure qualche gru servita a sistemare o a costruire una nuova cantina. Insomma, un fermento concreto e visibile.

Verso Quota Mille

Ma anche lontano dalle vie principali di comunicazione, in aperta campagna dove gli interventi sono meno evidenti, sono tanti i vecchi palmenti filologicamente restaurati rispettando la storia dei luoghi e anche i terrazzamenti o i vigneti abbandonati, sono stati riportati a nuova vita.

Per questo, vale le pena anche di intercettare “Quota Mille”, la strada provinciale lunga 25 km che porta da Bronte a Linguaglossa, una sorta di anello tra i due versanti opposti dell’Etna, che mette in comunicazione i territori di Castiglione di Sicilia, Randazzo, Maletto, Bronte, Linguaglossa e Piedimonte Etneo. Un modo per vedere da vicino non solo il panorama della Valle dell’Alcantara ma anche gli effetti della colata del 1981 che ha azzerato strade, vigneti, case.

Salgono i prezzi dei terreni

I terreni di origine vulcanica, le grandi escursioni termiche, la ventilazione, l’età avanzata dei vigneti, spesso pre-fillosserici, sistemati su terrazzamenti e delimitati da muretti a secco, insieme a varietà d’uva (nerello mascalese, nerello cappuccio, carricante, minnella, ecc.) perfettamente in simbiosi con il territorio e l’ambiente, esercitano un’attrazione irresistibile su chi si vuole cimentare con l’eleganza e l’austerità e non solo con la struttura.

E così il prezzo dei terreni, sull’Etna, sale a vista d’occhio. Se prima si acquistava a 60/70mila euro a ettaro oggi si compra a 130/150mila euro, mentre l’uva spunta almeno 2,50 euro/kg. Tutte condizioni, pedoclimatiche, economico- produttive e di valore aggiunto, che confermano l’unicità del continente etneo rispetto alla resto della Sicilia e spiegano perché “a’muntagna” sia diventata una terra di confronto sulla qualità, non solo tra aziende locali o siciliane, ma anche nazionali.

Al momento, non esistono stime sugli investimenti effettuati dalle aziende, ma queste terre non sono più sofferenti come una volta, per l’abbandono delle colture: c’è ancora tanto da recuperare ma il turismo, nazionale e internazionale, la ristorazione, gli alberghi, i b&b, le enoteche, i negozi, l’edilizia, sono tutte attività che hanno trovato nel vino una nuova linfa.

Non è diverso sul versante etneo opposto, a Trecastagni – a quasi un’ora e mezza di automobile – solo le Cantine Nicosia ogni anno ricevono circa 25mila turisti che visitano la cantina e chiedono di degustare i vini.

Il Consorzio in numeri

Antonio Benanti dell’omonima azienda di Viagrande, e neo presidente del Consorzio di tutela dei vini dell’Etna, delinea così l’odierna carta d’identità dell’area “Attualmente abbiamo 124 cantine associate ma siamo destinati a crescere ancora. (Secondo il prof. Sebastiano Torcivia dell’Università di Palermo che da anni cura l’osservatorio delle aziende vitivinicole siciliane, sarebbero 210 le aziende presenti sul territorio etneo. ndr). Complessivamente abbiamo raggiunto i 950 ettari di vigneto dei quali una parte entrerà in produzione nel 2019/2020 e per ora, quasi 3,6 milioni di bottiglie. Stimiamo, però, che nei prossimi anni sarà possibile arrivare sino a 1200/1300 ettari vitati. Stiamo vivendo un bel momento, perché la Doc Etna riesce ad esprimere solo vini di alto livello, mentre sta sempre più aumentando il numero degli opinion leader che raccontano il nostro vino”.

La nuova vita del Consorzio

Il Consorzio di tutela nasce dopo la promulgazione della Doc nel 1968, ma sinora non si era mai dotato di una struttura operativa. “Siamo un Consorzio giovane da questo punto di vista” spiega Graziano Nicosia, vicepresidente del Consorzio “non avevamo una sede e nemmeno una segreteria e solo ora ci stiamo organizzando anche in funzione dell’erga omnes. Il nostro obiettivo è di arrivare ad avere una visione comune, perché dobbiamo essere noi a determinare il nostro destino. Il momento, come si è detto, è favorevole ma dobbiamo affrontare molte questioni, tra cui un censimento dei vigneti abbandonati, ma anche costruire un evento specifico dedicato ai nostri vini. Per questo motivo, ci siamo organizzati in gruppi di lavoro“.

Sorgente: Etna: come il vino ha cambiato il territorio – Gambero Rosso

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